Scuola di alpinismo Gian Piero Motti

 

Il mito di Hermanm Buhl

Di Alessandro Gogna

(pubblicato su OUTDOOR MONTEBIANCO, novembre '98 )

Ci sono state stagioni in cui per settimane intere scalavo nelle Dolomiti, sulle tracce di chi mi aveva preceduto. Il gruppo di Sella non era tra i miei preferiti, ma spesso per comodità era la meta della giornata. Un giorno (1983) salii la via di Hermann Buhl al Piz Ciavazes: stavo ripubblicando in lingua italiana il suo libro, È buio sul ghiacciaio.

Verticale, difficile ed esposto, quel rossiccio diedro fessurato che evita la famosa traversata Micheluzzi non si differenzia di molto, a prima vista, da tante altre belle vie dolomitiche. Eppure, a gambe aperte in un vuoto da leggenda, mi sembrava di essere leggero, di volare quasi verso l'alto: anche il tracciato era lieve, senza peso, l'opera d'arte di un maestro che di pesante non cucinò mai nulla.

Ripetere le sue vie e leggere il suo libro sono cose sorprendentemente simili. Un'autobiografia quasi completa delle proprie imprese alpinistiche identifica la sostanza di quanto si è fatto in montagna ed in quel libro è condensata, scarna e semplice, tutta la storia di Hermann Buhl. Ma i racconti non possono da soli riassumere ciò che un uomo ha rappresentato e rappresenta per centinaia di migliaia di alpinisti. Occorre anche capirne lo stile, e questo si comprende bene soltanto ripetendo le sue vie, gli itinerari dei suoi exploit.

Certamente oggi Buhl è un mito: leggendarie furono le sue imprese, sovrumana la conquista del Nanga Parbat, epica la sua scomparsa nei ghiacci del Karakorum. C'è stata sempre necessità di miti e di eroi, soprattutto di figure in cui credere, a dispetto di chi vorrebbe un'appiattita ed uniforme classifica in cui figurino un primo ed un ultimo.

E pensare che Hermann non aveva per nulla il fisico dell'eroe! Ricordo che negli anni '60, ben lungi dall'internazionalità arrampicatoria di oggi, negli ambienti alpinistici italiani si parlava molto dei "tedeschi". Questi erano citati di solito quando si doveva portare un'esempio di particolare follia. Si sottolineava il numero di disgrazie che capitavano loro, in questo secondi solo ai giapponesi, perché non erano prudenti, perché lammeriani-nietzschiani, perché volevano sempre continuare a dispetto di ogni elementare norma. Alti, biondi, forti, questi teutonici energumeni popolavano l'universo della mia mente ragazzina lasciando un poco di spazio solo ai grandi nostrani, tipo Walter Bonatti, Cesare Maestri, ecc. Quando cominciai a saperne di più, mi accorsi che il più grande era mingherlino, nero, per nulla forte, apparentemente per nulla tedesco o austriaco; che Hermann era sulla bocca di tutti per come era vissuto e per come era morto. La sua semplicità parlò immediatamente anche a me che non l'avevo mai visto di persona: le sue avventure ed i suoi racconti mi affascinarono, sostituirono i pregiudizi sui tedeschi e mica tedeschi, sgominarono altre figure imponendosi come capolavori, come vera forza dell'arte e della volontà.

Ci sono diversi modi per imporsi all'attenzione degli alpinisti: oggi uno dei sistemi più imitati è quello di aprire ed attrezzare molte vie, preferibilmente declinare con maggiore o minore difficoltà lo stesso percorso base sulla stessa parete o nella stessa zona, allo scopo di favorire il maggior numero di ripetizioni. Fino ad una decina di anni fa invece si cercava la grande impresa, quella definitiva: il grande itinerario possibilmente irripetibile con quello stesso minimo di mezzi artificiali; prima ancora, negli anni '60, più tempo si passava in parete, più la via era considerata difficile.

Lo stile di un alpinista si evidenzia dopo qualche anno e difficilmente cambia con il tempo. Accanto, c'è la storia parallela dei fuoriclasse istintivi, quelli che non ostentano uno stile e alla fine sono più carismatici di altri. Gli istintivi tendono ad adattarsi, a cogliere l'occasione, a programmare poco. Sono fulminei nelle loro decisioni, ed in genere perseverano anche quando hanno capito di avere sbagliato, perché in qualche modo sentono che la loro scelta è comunque giusta.

Hermann Buhl divenne il mio eroe e lo è ancora oggi. Se fosse ancora vivo quest'anno compirebbe i settantaquattro e sarebbe di certo ancora in attività. Probabilmente un po' meno povero, meno vagabondo, più centrato sulle esigenze della realtà e dei nipoti.

Credo che Hermann avrebbe saputo resistere al più forte ed invincibile dei miraggi, quello dell'odierno asservimento alle esigenze di produzione di merce da vendere. Oggi si assiste ad un progressivo appiattimento della cultura, dell'arte e dello sport: anche l'alpinismo non può fare altro che difendersi. E se dico oggi, 1998, che Buhl avrebbe accondisceso a ben pochi compromessi con il mondo dell'industria sportiva o dello spettacolo posso dirlo di sicuro con la complicità della sua morte inopportuna di più di cinquant'anni fa, ma anche con la certezza di non sopravvalutarlo più di tanto.

Buhl si espresse prima di questi cambiamenti: visse quel momento magico che fu posteriore all'epoca di Riccardo Cassin, Emilio Comici e di tutto il sesto grado, ma fu anteriore alla professionalità di Walter Bonatti ed alla figura totalizzante di Reinhold Messner.

Quello di Hermann non fu alpinismo esplorativo: fece pochissime prime ascensioni sulle Alpi e non così importanti. Piuttosto le ripetizioni delle più celebri vie lo portarono alla ribalta, come pure le audacissime prime solitarie ed invernali, sempre cinque o sei anni in anticipo sui tempi. La grande "prima" che fece fu il Nanga Parbat, e là di esplorativo non c'era nulla se si pensa a quanto la "Montagna nuda" fosse già stata il bersaglio tragico di molte spedizioni. Non fu alpinismo di conquista con ogni mezzo e per capire ciò è sufficiente paragonare la sua solitaria vittoria al Nanga Parbat, solo contro il monte, contro se stesso e perfino contro i medesimi compagni di spedizione, al tecnologico successo che Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay riportarono sull'Everest nello stesso anno 1953.

Solo nella sua ultima spedizione in Karakorum, sul Broad Peak e sul fatale Chogolisa, percorse da par suo i sentieri della grande esplorazione su montagne pressoché sconosciute.

Ma dicendo che non fu alpinismo esplorativo o di conquista non nego che entrambi fossero presenti nelle sue iniziative: sottolineo che Buhl è soprattutto esempio di un alpinismo simpatico, portavoce di una montagna da conoscere e da vincere, ma prima ancora da amare e con la quale convivere. È l'iniziativa intraprendente del singolo, quel barlume di umano che chiunque può sentirsi dentro ma che non è a tutti dato poter esprimere.
Come fu per Gary Hemming, nell'episodio del salvataggio sul Petit Dru (1966) e per tutta la sua vita. Ecco perché li sentiamo così vicini. Molti di questi istintivi non hanno avuto tempo di scrivere, sono morti prima, come Heini Holzer, l'alpinista spazzacamino che tanto avrebbe avuto da raccontare.

Buhl ancora oggi fa sognare che l'avventura sia lì a portata di mano. Se andassimo a scalare la nord est del Pizzo Badile partendo da casa in bicicletta e facessimo questo da soli, senza un soldo in tasca, faremmo esattamente quello che egli fece quasi cinquant'anni fa. Ma la simpatia di lui che dalla cima scende slegato per lo spigolo nord, risale pedalando i tornanti del Passo Maloja e casca di notte, stanco morto, nelle gelide acque dell'Inn è un episodio unico nella storia dell'alpinismo, irripetibilmente comico e grande.

L'odierna divisione dell'alpinismo in arrampicata sportiva ed alpinismo classico sta portando significative modifiche ai meccanismi di pensiero sia della gente che guarda da lontano (o che non guarda) sia degli addetti ai lavori. Paul Preuss non era certo della mia generazione, eppure tutti i miei amici di trent'anni fa sapevano chi fosse. Poi ecco calare un'oscura ignoranza su Preuss e su tanti altri, tra questi lo stesso Buhl.

All'inizio dell'arrampicata sportiva, quindici, venti anni fa, si sapeva con massima precisione quante flessioni con un dito solo faceva Patrick Edlinger mentre si vociferava che l'asso inglese Jerry Moffatt si tingesse i capelli. Si sapeva molto meno di Wolfgang Güllich e del suo vagabondaggio di ricerca, ed ancor meno delle magie di Maurizio "Manolo" Zanolla.

Ci sono e ci sono stati tanti criteri, e così pure tanti feticci. Ma l'arrampicata sportiva, come ogni sport, non ha mai prodotto una letteratura importante e si spera quindi che, al di là della cronaca, ci sarà un ritorno dell'alpinismo e dei suoi grandi, almeno per ciò che è stato scritto o si scriverà: un ritorno filtrato dall'esperienza sportiva di questi anni.

Un po' quel che fece Reinhard Karl, altro sognatore capace di far sognare.
"Non può accadere nulla, se c'è anche Hermann Buhl..." (Heinrich Harrer, primo salitore della nord dell'Eiger). "Non ha avuto il tempo di diventare un maestro e non ne aveva le caratteristiche: era un indipendente nato, spinto alle imprese da un temperamento dall'eccezionale audacia" (Marcel Schatz, membro della spedizione francese all'Annapurna). "Al tirolese Hermann Buhl riuscì il quasi impossibile... circa 1400 metri di dislivello senza ossigeno, dalle due di notte fino alle sette di sera, tratti di difficile arrampicata su roccia, circa quaranta ore nella zona della morte: è stata un'impresa senza paragoni" (Reinhold Messner). Questi giudizi sono datati nel periodo 1957-1979.

Da allora l'interesse per la figura di Hermann non si è spento, ma è brace che cova: forse occorre attendere che qualcuno dica cose nuove su di lui o che ne riprenda l'esempio. La scalata agli ottomila in stile alpino (senza portatori, assedio, corde fisse), così tipica del nostro tempo, ha probabilmente attirato l'attenzione del pubblico. Ma i protagonisti sanno bene (o dovrebbero sapere) a chi attribuire il merito sia teorico che pratico di un ottomila in stile alpino: a Buhl. Egli infatti, assieme ai suoi tre compagni di vagabondaggio, colse quella domanda sul Broad Peak e la sua risposta ancora oggi scorre nel vento.

Può darsi quindi che seguire Buhl sia ritornare un poco alle origini, alla fonte del moderno osare, ma inseguire Buhl è soprattutto rivivere i propri ricordi, perché chiunque abbia lottato contro la propria debolezza per poter vivere qualcosa ha facilità a ritrovarsi con lui e con i vagabondi cantati da Dylan e Springsteen. Messe da parte le differenze di età, di difficoltà e di luoghi, ci ritroveremo gli stessi dubbi, le stesse gioie che un tempo abbiamo provato.
Buhl ci è molto vicino, è un mito che ci scalda, non un punto luminoso cui fare soltanto riferimento. Quella sua umanità, che traspare così tenera nel suo agire e nel suo raccontare, è entrata nel nostro cuore.

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