Scuola di alpinismo Gian Piero Motti

 

Capitolo primo e ultimo

di una autobiografia alpina

da Massimo Mila "Scritti di montagna" – Einaudi 1992

La persona che mi avviò alla montagna fu quella che più tardi avrebbe dato qualunque cosa per allontanarmene, cioè mia madre.

Era giovane e robusta, nel 1920, quando una mattina si e una no, durante la villeggiatura estiva a Coazze, mi tirava giù dal letto di buon’ora e dopo avermi somministrato il caffelatte con l’uovo sbattuto mi guidava in lunghe galoppate mattutine su per i bricchi della Val Sangone. Mattutine, perché il pasto di mezzogiorno era un rito intangibile, e perciò il raggio delle nostre escursioni non eccedeva l’ambito di quattro o cinque ore.

Senz’ombra d’informazione, senza una Guida, senza carta topografica, esploravamo a turno i versanti della valle, scoprendo ogni volta la meta per l’uscita successiva, e giudicavamo ad occhio, con spudorata incompetenza, l’altezza raggiunta.

Un mattino, pervenuti con qualche fatica a un pilone che si ergeva sopra un cocuzzolo sassoso e un po’ dirupato, ci guardammo attorno con fierezza e persuasi dall’asperità del luogo convenimmo soddisfatti che questa volta eravamo arrivati a 2000 metri. Molto più tardi ebbi modo di apprendere che quello era il pilone Cervelli, al principio della lunga strada per i Picchi del Pagliaio, altezza metri 850 sul livello del mare!

L’attrezzatura per quelle nostre passeggiate consisteva essenzialmente nelle scarpe chiodate – le «alpine» – e in un bastone tagliato entro qualche siepe ed opportunamente appuntito. (Non mi pare d’avere mai posseduto l’alpenstock, come i miei genitori), e solo molto più tardi passai direttamente dal bastone pastorale alla piccozza.

Me la regalò un lontano parente, che in giovinezza doveva aver fatto un po’ di montagna all’ombra di Vaccarone e Martelli. Pesava una tonnellata, e per scusarsene il donatore – più famoso donnaiolo che scalatore – spiegò che la piccozza dovendo essere la migliore amica dell’alpinista, non era bene che fosse leggera).

Le cosiddette «alpine» erano un comunissimo paio di stivaletti da città, già frusti e convenientemente risuolati, ai quali si facevano applicare i chiodi dal calzolaio del villaggio, eternamente assiso dietro il suo deschetto. Questa chiodatura era un motivo permanente di litigi e di pianti.

Mia mamma mi avviava alla montagna, convinta del suo valore terapeutico per un adolescente magrolino e troppo studioso qual ero, ma nello stesso tempo me la somministrava con prudenziale gradualità: io ero ’l cit, il bambino, e non dovevo mica pretendere degli scarponi da alpinista, forieri di imprudenze.

Sicché in principio mi faceva applicare alle suole semplicemente una raggiera di chiodi lucidi e piatti - in Piemonte si chiamavano le broche - che non servivano a niente e sull’erba secca scivolavano allegramente. Fu quello il punto di partenza d’una escalation che durò alquanti anni. Strillando come un’aquila cominciai ad ottenere, in un primo tempo, dei chiodini piatti ma rigati, poi – vista la saldezza della mia vocazione alpina –, l’inserzione, fra questi, di qualche chiodo a tettuccio – quelli che i francesi chiamano ailes de mouche.

Solo molto più tardi, quand’ero ormai sfuggito alla tutela alpinistica materna, ebbi il mio primo paio di scarponi, fatti su misura da Chiaramello, il calzolaio del III Alpini, con la suola tutta orlata dei trementi arbatù (i chiodi ribattuti) e magari intersperso qualche tricouni.

Tre anni durò quel tirocinio di escursioni mattinali, poi si trascorse alla gita d’un giorno intero, e mia mamma passò la mano a una sua amica e collega di scuola, la signorina Paganone, famosa alpinista del Club Alpino, una che aveva fatto il Castore in gita sociale e andava in montagna perfino coi fratelli Ravelli, dei quali parlava con tono di adorazione come se parlasse della Santissima Trinità. Era una camminatrice instancabile e portava certi sacconi che avrebbero impensierito anche un artigliere di montagna: erano pieni di manicaretti appetitosi, torte al cioccolato, budini, frutta e – mi pare – anche un flaconcino piatto di cognac, da bere giudiziosamente in caso di emergenza, nel coperchio avvitato di latta.

Anche la signorina Paganone era ospite estiva di Coazze, la tipica villeggiatura della piccola borghesia torinese, e con lei il mio « terreno di gioco» si estese a tutta la chiostra dei monti circostanti, varcando questa volta l’agognata soglia dei duemila.

A meno di 50 chilometri da Torino, incuneata tra la bassa Val di Susa e la bassa Val Chisone, la Val Sangone è un singolare microcosmo alpino. Salvo i ghiacci, ha tutto quel che ci vuole per costituire un ambiente di montagna autonomo e completo, sbarrato al fondo da un’alta cresta terminale che tocca i 2778 metri col Rocciavré, e delimitato ai lati da due lunghe creste degradanti, divisori rispettivamente dalla Val Chisone e dalla Val di Susa.

Per lì dev’essere passato il diacono Martino quando raggiunse il campo dei Franchi in alta Val di Susa ed insegnò a Carlo Magno il modo di prendere alle spalle i Longobardi, attestati a Chiusa San Michele, sbucando da Coazze, Giaveno e Trana nella piana di Avigliana.

Altre dorsali interne determinano ancora la suddivisione in tre vallette parallele, con relativo corredo di colli e montagnole prative, degeneranti verso le cime in orrendi ciapé (ghiaioni e deserti di sassi). Qua e là perfino qualche efflorescenza rocciosa: una di esse – i Picchi del Pagliaio – leggendaria palestra d’arrampicamento per quei matti della SARI, la sezione studentesca del Club Alpino.

Semidei mi parvero una sera d’estate i fratelli Edel – felici galli nel pollaio delle giovinette che si annoiavano della monotona villeggiatura – quando attraversarono ripetutamente il paese in tutti i sensi, laceri, sbucciati, bruciati dal sole, ostentando a tracolla un’orribile corda di manilla.

« Sono andati ai Picchi del Pagliaio, – si sussurravano con ammirazione le signorinette, – hanno fatto l’accademica! » 

E’ noto che ci sono due maniere d’intendere e praticare l’alpinismo: in profondità e in estensione. La prima è la maniera del montanaro, della guida, che magari per tutta la vita non esce dalla sua valle, ma di quella conosce ogni anfratto, ogni piega, ogni scalino. La seconda e quella del turista all’inglese, che trascorre da una valle all’altra, ogni gruppo sfiorando rapidamente e spilluzzicando appena le mete più celebrate. Eterna e insolubile questione quale dei due metodi sia il migliore.

A me, una naturale sete insaziabile di conoscenza, e la circostanza d’essermi un giorno stretto in sodalizio con un amico impareggiabile come Alberto Poma, fornito di un’automobile, mi sospinsero sulla seconda strada, e le Alpi intere non furono teatro sufficiente alle mie modestissime imprese. Ma l’altro tipo di alpinismo, quello intensivo, in profondità, come lo praticano i montanari, l’ho conosciuto anch’io in quelle tre o quattro estati a Coazze. La scienza millimetrica del terreno; sapere che dopo quella svolta il sentiero s’impenna in una ripida salita, e che là invece pianeggia a lungo; la conoscenza di tutte le scorciatoie, di tutte le fontane, dei ripari naturali, dei recessi segreti dove fioriscono le stelle alpine; muoversi in un ambiente interamente noto nei minimi particolari, sentirsi davvero come un pesce nell’acqua o come un albero nel bosco, questa esperienza l’ho avuta anch’io, in quegli anni tra l’infanzia e l’adolescenza, e non è detto che ora, da vecchio, non ci ritorni. 

La mia carriera alpinistica rischiò d infrangersi, e si affermò invece vittoriosa, su una svolta decisiva. Un giorno la signorina Paganone aveva guidato me e un paio d’altri ragazzotti in una lunga scarpinata al Col del Vento. Il tempo non era buono. Sul ritorno ci colse la nebbia, fredda e umida. Dopo aver mangiato del salame e bevuto l’acqua gelida d’una sorgente, io, che di solito digerivo perfin le pietre, diedi di stomaco. Una cosa da niente: cinque minuti dopo non me ne ricordavo più e feci a salti e di corsa la lunga strada del ritorno. 

Ma mia mamma quando lo seppe ne fu allarmatissima: «Guarda lì. A ’se straca trop. Tota Paganôn a l’ha gnüna côgnissiôn. Chila a marcia come ’n gamel e a pensa nen che Massimo a l’e ’ncôra ’na masnà. A l’e ’n-t-el periodo ch’a crèss, forse la montagna ai fa nèn ben. Magara a l’a ‘l ceur dlicà» («Guarda lì. Si stanca troppo. La signorina Paganone non ha nessun giudizio. Lei cammina come un cammello e non pensa che Massimo e ancora un bambino. E’ nel periodo della crescita, forse la montagna non gli fa bene. Magari ha il cuore delicato »).

E sebbene stessi benissimo, mi mise a letto e mandò a chiamare il medico. Ora bisogna sapere che questo medico di Coazze era un personaggio speciale. Rustico, di poche parole fino ai limiti della scortesia, si destreggiava con modi bruschi tra tutte quelle madame che lo avrebbero voluto intrattenere all’infinito sulle loro emicranie, le loro palpitazioni e la loro insonnia.

Diventò l’idolo della colonia villeggiante con la famosa guarigione della signorina B. Era questa una delle tante signorinette diciottenni o giù di li che trascorrevano l’estate a Coazze intrecciando timidi flirts coi pochi giovanotti disponibili. Ma, poverina, era tisica e deperiva a vista d’occhio. Il burbero dottore assicurò ai genitori che gliel’avrebbe guarita se gliela lasciavano lì un anno intero e se quella s’impegnava ad obbedire a tutte le sue prescrizioni. Il caso era disperato: tanto valeva provare.

Come venne l’autunno, i villeggianti che rientravano in città si congedarono mestamente dalla signorina B., distesa senza forza su uno sdraio all’ombra di un castagno, enormi e lucidi gli occhioni neri nel visino sempre più smunto.

Quando furono partiti tutti, il dottore alloggiò la povera signorina in una stanzetta esposta a mezzogiorno, e le ingiunse di non chiudere mai la finestra. La fece dormire così, praticamente all’aria aperta, per tutto l’inverno, anche quando una coltre di neve coprì per lunghi mesi la campagna. La ingozzò di enormi bistecche al sangue.

L’estate seguente, quando i primi villeggianti arrivarono a Coazze chiedendosi: «Chissà la povera signorina B.», vennero accolti da una moretta riccioluta e scarmigliata, nera in faccia come un’assabese, grassottella e ben piantata, che correva scalza su per i prati, s’arrampicava sugli alberi come uno scoiattolo, aveva l’argento vivo addosso e pareva la réclame del Proton, celebre ricostituente dell’epoca. Da quel giorno il dottore fu oggetto di autentica adorazione da parte di tutto il settore femminile della colonia villeggiante.

Fu questo laconico personaggio, dunque, che s’introdusse nella stanza dove io – ’l citgiacevo a letto minacciato da chissà quali terribili mali. Si avvicinò, scostò bruscamente la montagna di coperte, s’informo della temperatura (che si ostinava su un normalissimo 36° e 8), si fece mostrare la lingua, bussò, auscultò, poi voltandosi a mia mamma sentenziò: «A l’e san côme ’n pèss. Ch’ai daga ’d bür. Ch’a lô manda a tremila meter» («E’ sano come un pesce. Gli dia del burro. Lo mandi a tremila metri»). E s’avviò all’uscita con passo deciso, scostando sgarbatamente mia mamma che, patita di medicina, si avvicinava per sapere maggiori particolari, e per chiedergli quanto gli dovesse. «Ch’ ai daga ’d bür. Ch’a lô manda a tremila meter».

Se si aggiunge che il nostro medico di famiglia in città era Flavio Santi, pioniere dell’alpinismo torinese e padre dei due famosi accademici Mario e Ettore, il quale credo che nella sua lunga vita non abbia mai prescritto altra medicina che la magnesia di San Pellegrino e una bella passeggiata all’aria aperta, è chiaro che il mio destino era segnato.

E vennero i tremila, venne la piccozza, vennero gli scarponi coi tricouni, venne l’emancipazione dall’escursionismo materno e paramaterno, e con essa l’evasione dal caro ma angusto territorio della Val Sangone. Vennero perfino gli sci, calzati per la prima volta nel 1925, alla Clotès sopra Sauze d’Oulx (che allora si raggiungeva a piedi, ben inteso, in un’ora e mezza dalla stazione di Oulx), accompagnato prudentemente, nientemeno che da mia nonna, sempre disposta a prendere il due di coppe per qualche scampagnata, specialmente se fosse il pretesto per un pranzetto appetitoso.

E venne l’iscrizione dapprima all’Unione Escursionisti, sempre sulle orme dell’intrepida ava, poi alla SARI, sezione studentesca del C.A.I. Cominciai anch’io a fare le «accademiche»; corda e ramponi si aggiunsero alle mie suppellettili alpine. Conobbi Rivero, Boccalatte, De Rege.

E venne l’amicizia determinante con Chabod, che mi dischiuse la Val d’Aosta, mi fece traversare la Grivola, ripescandomi laboriosamente dalla Bergschrund dov’ero ignominiosamente cascato, mi fece dono della mia prima via nuova, all’Herbétet.

Sui roccioni di Degioz, in Valsavaranche, mi addestrava all’arrampicata imponendomi passaggi decisamente superiori alle mie capacità. E quand’io crollavo pesantemente sull’erba, lui mi guardava dall’alto del suo metro e novanta e sporgendo il labbrone mi diceva con disprezzo: « Të më smie ’n sac ’d merda » («Mi sembri un sacco di merda»).

16 agosto 1975.

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