La transumanza e le alpi
(Da un articolo di Guillaume Lebaudy, etnologo, per la rivista "Parchi del Piemonte")
I "pastres" alpini in Provenza
I pastori sono figli delle Alpi. Da generazioni esercitano il proprio mestiere in Provenza. Nella pianura della Crau, vicino ad Arles, i loro nomi, incisi anno dopo anno sui muri degli ovili, ci parlano delle loro origini.
Archivi a cielo aperto delle loro migrazioni, queste incisioni ci rivelano che tutti provengono dalle Alpi, dalle stesse aree verso le quali, da circa sei secoli, ogni anno migliaia di pecore si dirigono per approfittare dei pascoli estivi. I tragitti di uomini e animali testimoniano insieme la densità e l'antichità delle relazioni tra pianura e montagna nel mondo mediterraneo.
Quando nel XIV secolo, prese forma la transumanza estiva, fu a questi pastori specializzati, conosciuti per le loro competenze, che i grandi proprietari provenzali della Crau e delle Camargue, i "capitalisti", affidarono le greggi per condurle in montagna. La loro conoscenza del terreno e degli animali era destinata a favorire considerevolmente la "'grande transumanza" provenzale verso la montagna alpina.
Antichi percorsi
A partire dal XV secolo l’incremento di lana per l’industria tessile offrì nuovi sbocchi ai grandi proprietari di ovini in Provenza. Le dimensioni delle greggi aumentò, servirono nuovi pascoli. Nel giro di pochi anni lo spazio della transumanza provenzale si estende ancora. Le greggi si spinsero sempre più lontano, a nord e a est. Verso il Valgaudemar e l’Ubaye.
Attorno alla metà del XV secolo esse valicavano ormai il Colle della Maddalena. Si può calcolare che. nelle migliori annate, da 50 mila a 60 mila pecore provenienti dalla Crau e dalla Camargue frequentassero le montagne dell'attuale Piemonte.
Alcuni atti notarili cinquecenteschi redatti a Saint-Maximin, in Provenza, indicano i nomi degli alpeggi piemontesi affittati ai proprietari provenzali. Vi leggiamo i nomi delle montagne delle Blanches, di Roburent e dell'Oserot (a nord di Bersezio), di Pouriac e Colombari (a ovest di Bersezio), del vallone di Rio Freddo (a sud di Vinadio), del Vallone dell’ Ischiator, di Tesina e di Corborant (a ovest di Bagni di Vinadio), della Valletta e della Palla (a sud di Aisone), di Orgials (Vallone di Sant Anna, a sud di Vinadio) e della montagna di Resplendin (a sud di Acceglio, in Valle Maira).
Essere pastori dall'Italia alla Provenza
Generazione dopo generazione, l'Oisans, il Vercors, l’Embrunais, l'Ubaye, lo Chamsaur, il Dévoluy e soprattutto le vallate piemontesi hanno fornito pastori alla Provenza.
Negli anni Venti il geografo Philippe Arbos precisa che in questa regione la metà dei pastori proviene allora dall'Italia. In generale essi hanno una buona reputazione e trovano facilmente impiego. E' quanto conferma per i decenni successivi, la memoria dei protagonisti: "Nelle fiere i padroni chiedevano: - Siete piemontesi? - Si! Allora l'affare era fatto.''
In effetti, la pastriho provenzale era in buona parte composta da pastori delle Valli Stura, Maira e Grana. Ogni anno essi abbandonavano le montagne per cercare un ingaggio durante la grande fiera della Domenica delle Palme ad Arles. La cappa piegata sulla spalla, la bisaccia di cuoio a tracolla, essi portavano la loro frusta sotto il braccio: "era il segno che volevano impiegarsi, che cercavano un padrone. Quando la cinghia della frusta era attorno al collo, voleva dire che lo avevano trovato!" (Joseph Beltritti, nato ad Arles nel 1911).
Semplici pastori ingaggiati a buon mercato, tosatori che si muovevano in squadra da un ovile all'altro, talvolta essi non restavano in Provenza che per l'inverno o per il periodo della tosatura. Non erano pochi i pastori che rientravano in seguito nei loro villaggi alpini, per lavorare la terra e occuparsi dei propri animali. Altri diventarono invece allevatori. Pazientemente, con gli agnelli che il padrone dava loro come salario, con gli animali che arrivavano ad acquistare, parecchi pastori formarono un gregge e si stabilirono in Provenza.
I cognomi di molti allevatori attualmente operanti nei dintorni di Arles, Salon-de-Provence e Saint -Martin-de-Crau ricordano chiaramente le loro origini: Bruna, Beltrando; Balbis, Cesano, De Clementi, Fossati, Giavelli, Isoardi, Olivero. Porracchia, Trocello...
Andare in Francia
Chi abbandona il proprio villaggio per andare in Francia non parte alla cieca. Qualche membro della famiglia è sicuramente già stato in Provenza, per ingaggiarsi un pastore. E di quelli che erano "là'' si aveva spesso notizia: "Durante la veglia si sentiva parlare della vita che i pastori di qui facevano, con queste grandi greggi della Crau e della Camargue. Si conosceva tutto prima di esserci stati. E mi ha fatto venire voglia di andarci"' (Fiorenzo Arnaudo, nato nel 1928 aVinadio).
Le connivenze culturali che legano le vallate occitane del Piemonte alla vicina Provenza facilitano poi l’integrazione:
'"Non ci si sentiva stranieri in Provenza" ripetono vari pastori. Quelli che arrivano come clandestini ottengono rapidamente i documenti che permettono loro di lavorare in Francia. In ogni caso il nuovo arrivato non è abbandonato a se stesso: l'emigrazione è spesso un affare di famiglia e si effettua all'interno di reti di conoscenza e di sostegno. Ad esempio, alla fine degli anni quaranta, i fratelli Aldo e Guido Bottero vanno a raggiungere lo zio Stefano Belmondo: "Noi siamo venuti a fare i pastori in Francia perché lo zio Stefano aveva le pecore, non siamo partiti alla ventura" (Guido Bottero, nato a Pietraporzio nel 1933). Alcuni pastori che in Provenza si trovano alla testa di greggi importanti si impongono come efficaci reclutatori di giovani della loro vallata d'origine. Così ricorda Battista Giordano, nato nel 1944 a Pontebernardo: "E un amico di mio padre, Guglielmo Cressi, che mi ha fatto venire in Francia. Era, delle nostre parti. Fa il baile-berger del gregge di Jacques Bon al Sambuc, in Camargue."
Alcuni emigranti restano in Provenza e finiscono per prendere la nazionalità francese. Altri, dopo qualche anno, rientrano a casa. Battista Giordano ad esempio, è restato sette anni in Francia, dal 1960 al 1967. Ritornato a Pontebernardo per venire incontro al desiderio di suo padre è oggi proprietario di un grosso gregge di pecore sambucane.
{traduzione dal francese di Dionigi Albera)